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Capitolo 40

Seguita la storia "Dove vanno a finire i calzini spaiati?"

Finché si abita in una sorta di centro sociale si accetta volentieri di vivere fianco a fianco con Spiriti e Folletti, ma nella vita di coppia ci sono alcuni momenti in cui si vorrebbe avere la certezza di essere soli. Mi adoperai quindi per capire se in casa avessimo veramente ospiti, e eventualmente di che tipo esatto di presenze si trattasse. L’esperienza mi aveva insegnato che la prima cosa da fare era lasciare delle piccole offerte, dolcetti o cose simili. In base al tipo di offerte che avrebbe gradito, avrei anche potuto intuire con che tipo di Spiritello avevamo a che fare.

Scoprii che i miei biscotti della colazione non interessavano a questi magici ospiti torinesi, né altro cibo che avevamo in casa. Chiesi un paio di volte a Viola, che solitamente si occupava della spesa, di prendere qualche dolcetto più sfizioso ma anche questo non funzionò.

«Hai preso i gianduiotti che ti avevo chiesto?»

«Sì, li ho presi… ma poi mi annoiavo e li ho mangiati!»

Insomma, il tempo passava ed io semplicemente mi abituavo ad usare calzini spaiati. Fortunatamente porto solo calzini neri e lunghi, penso che nessuno abbia mai notato la piccola asimmetria del mio vestiario.

Ebbi un primo indizio mesi dopo, in un periodo in cui avevamo partecipato ai matrimoni di alcuni amici e parenti.

«Viola, che fine hanno fatto i confetti del matrimonio di ieri? Li avevo posati qui sul tavolo.»

«Pensavo li avessi presi tu insieme a quelli del matrimonio di tuo cugino. Credevo stessi facendo un campionario per scegliere i più buoni, sai, per quando dovremo sceglierli noi.»

«Figurati. Io non li ho toccati, e nemmeno quelli di mio cugino.»

«Ah no? Saranno stati i Folletti allora.»

Il tono un po’ scocciato della mia ragazza mi faceva capire che questa storia delle sparizioni le dava sempre più fastidio. Per fortuna però avevo l’indizio dei confetti da cui partire. Decisi di chiedere consiglio ad un caro amico.



L’amico di cui parlo è una persona di una certa notorietà impegnato in politica e in una serie di altre attività in vista, mi ha gentilmente chiesto di non fare il suo nome, per cui mi limiterò a chiamarlo “il mio amico saggio”.

Lo andai a trovare una domenica, come faccio ogni tanto, e gli raccontai tutta la storia. Conosceva già le mie precedenti esperienze con lo Scazzamurrillo e sapevo che non mi avrebbe preso in giro.

«Devo capire con chi abbiamo a che fare, non si tratta solo delle calze, questa storia sta minando la nostra serenità domestica.»

Lui mi guardava, facendo respirare un calice di vino, che mi aveva offerto come da abitudine, e che come da abitudine avevo declinato.

«Mi sembra un po’ fragile come scusa per non sposarti.» Se ne uscì.

«Sposarmi? Cosa c’entra? Scusa, come faccio ad essere certo di saper portare avanti per tutta la vita la convivenza con Viola se non riusciamo nemmeno a gestire la biancheria?»

«Ovvio che tu non possa esserne certo. Ma puoi essere sicuro di ciò che vuoi adesso. E se tu oggi vuoi stare con lei per il resto della vita, allora sarà meglio che ti dia da fare.»

«Ok, ma che fretta c’è? Siamo giovani, stiamo facendo le prove generali.»

«Non c’è prova che ti possa assicurare come sarà il vostro rapporto fra trent’anni.

Capisco che vogliate rendervi conto di cosa significa essere una coppia, c’è però un confine fra provare e tergiversare. Può essere un confine sottile ma sono sicuro che in fondo tu sappia se lo stai passando o meno.»

Il silenzio rimbombò per un attimo nell’ampio salone di casa del mio amico.

«Non so,» borbottai, «può darsi. Tu cosa ne pensi?»

«Penso che chiunque vi stia rubando i calzini non si limiterà a quello. Però potrebbe non essere così terribile, in fondo anche lo Scazzamurrillo faceva sparire delle cose, eppure vi faceva piacere, no?»

«È ancora valida l’offerta del vino?»

Capitolo 39

Dove vanno a finire i calzini spaiati?

Come ho detto più volte, non prendo alla leggera il mio ruolo di cronista delle imprese di Don Cyshiter della Mandria.
Alle spalle di questo che sembra un blog scanzonato c'è in realtà un grande lavoro di documentazione, investigazione e ricerca sul campo.
Ebbene, attraverso rischi indicibili e traversie innumerevoli sono riuscito a risalire al testo originale, venendo a sapere che la storia non ha mai visto la pubblicazione, perché giudicata troppo visionaria.
È quindi con una certa soddisfazione che vi offro, in questo capitolo e nel prossimo, la storia breve "Dove vanno a finire i calzini spaiati?".



Cosa permette ai bambini di vivere le proprie emozioni in modo tanto più entusiasmante e coinvolgente rispetto ai grandi? Quando si cessa di essere ragazzi e si diventa adulti? È possibile crescere, invecchiare, mantenendo almeno in parte lo spirito della propria infanzia?

Dopo un periodo di vita spensierato, queste ed altre domande hanno affollato il mio povero intelletto; ma c’è n’è una che mi ha assillato più di ogni altra: dove vanno a finire i calzini spaiati?

La prima volta che sentii la Domanda, convivevo da circa un mese con una splendida ragazza di nome Viola. Mi stavo lavando i denti quando… «Bhla bhlabhalbhal bhlabhal. Bhla bhlabhlabhla? -pausa- MA INSOMMA, ALMENO RISPONDI!»

«Lo sai che non sento se dalla cucina mi parli mentre sono in bagno!» Classica frase, non priva di un fondo di verità, che uso quando scollego il cervello dalle orecchie.

«Ho chiesto se sai dove siano finite le mie calze blu. È possibile? Ho tre calze blu di Prussia e una blu di Persia. E poi la parigina color Borgogna è spaiata, quella che le somiglia di più è quella bordeaux, che è spaiata pure quella. Che fine hanno fatto?!»

Non lo sapevo. Veramente non sapevo nemmeno che esistessero tutti questi colori sparsi per il mondo. Non c'è da stupirsi visto che, a un mese dal trasloco nella nuova casa, il mio guardaroba ammontava a circa tre calzoni, due magliette e una camicia. Ognuno ha le sue priorità e per me la priorità è stata avere la mia libreria a portata di mano, i vestiti potevano aspettare.
A posteriori mi rendo conto di aver commesso un errore. Non tanto per la monotonia del mio vestiario, quanto perché nel frattempo lei ne aveva approfittato per prendere possesso di quasi tutto l'armadio, della cassettiera e della scarpiera, confinando il mio guardaroba ad un'anta e una scatola infilata sotto il letto. Si può quindi capire come mai sul momento non feci molto caso alla questione dei calzini scomparsi.



Pian piano la casa prendeva forma e diventava più confortevole. Dopo aver portato lo stretto indispensabile -cioè i miei libri e i suoi vestiti- cominciammo a traslocare le cose utili e infine quelle superflue, in ordine di importanza: il computer, i CD con lo stereo, quadri e soprammobili, infine i miei vestiti.

Con un maggior numero di suppellettili, le piccole sparizioni divennero più frequenti. Inizialmente pensai ad un wormhole all’interno della lavatrice, ma presto vidi che non era solo il bucato a svanire. Una volta era un foglio con degli appunti, un'altra volta un libro, e la cosa iniziava a diventare imbarazzante quando a sparire era uno dei miei calzoni mentre gli altri due erano uno da lavare e l'altro steso ad asciugare. Più spesso erano oggetti di vitale importanza per la mia compagna: il cellulare, l'agenda degli appuntamenti, il cellulare, documenti di lavoro, il cellulare, mollette per capelli...

La cosa più strana però, più che le sparizioni, sono i posti in cui ritroviamo le cose -può sembrare che confonda i tempi verbali, ma questi fenomeni accadono anche in questi giorni mentre scrivo-. Solitamente quando perdo qualcosa lo ritrovo in piena vista dove assolutamente non avrei potuto non vederlo, considerando poi che non fumo più. Oppure al contrario in posti assurdi: le chiavi nel portaombrelli, i calzini nelle tasche della giacca, i libri sotto il letto... ho persino trovato una gonna nel freezer, ma ho poi scoperto che l’aveva messa lì Viola per ibernare qualche sorta di tarma.

Inizialmente lo dicevo per scherzo, quasi senza pensarci: «Saranno i Folletti». Ma una sera cominciai a prendere la cosa sul serio. Erano ormai quaranta minuti abbondanti che Viola stava cercando la sua maglietta verde. Poco importava che fosse mezzanotte passata e si stesse per andare a letto, lei aveva bisogno di trovare la sua maglietta, subito. Non quella verde kaki, non quella verde pastello, né quella verde con le scritte nere. Voleva quella verde pisello. Non era un lapsus, si trattava proprio della maglietta.

Dopo un po' mi disinteressai alla questione, ma la tensione in casa si faceva sempre più palpabile.

«Vi prego Folletti, non fatemi questo. Ho bisogno della maglietta, ridatemela, per favore!» Faceva Viola quasi in lacrime, aggirandosi per la casa con aria spiritata.

A dimostrazione che ero diventato una persona seria, stavo già prendendo il cellulare per chiamare la neuro, ma non feci in tempo a comporre il numero, che ecco la maglietta sbucare da sotto un cassetto. Non chiedetemi dove sia il sotto di un cassetto.

A quel punto non potevo più fare lo scettico. È vero che si invecchia, ma non potevo certo dimenticare che nell'età dell'oro avevo vissuto per due anni in una casa abitata da uno Scazzamurrillo. Vi ho già raccontato cos'è uno Scazzamurrillo? Ad ogni modo sarebbe un discorso troppo lungo, e non ho ancora spiegato dove vanno a finire i calzini spaiati.

Capitolo 38

Prosegue l'elogio, per nulla fazioso, del Gioco di Ruolo

«Se abbiamo fin'ora considerato GdR e letteratura dal punto di vista dell'utilità pratica per l'usufruitore finale,» proseguiva convinto il Paladino, «consideriamoli ora per la loro dignità artistica.
La letteratura gode di una tradizione radicata nei secoli e nessuna persona con un minimo di cultura esita a considerarla una forma d'arte. Il Gioco di Ruolo, invece, assume la sua forma attuale negli anni settanta, attingendo a piene mani dalla letteratura fantastica e cavalleresca, tanto che si può sostenere non senza ragione che senza questa letteratura non avemmo avuto Dunegons & Dragons.
Non voglio però farmi condizionare da facili stereotipi secondo i quali ciò che viene dopo sia necessariamente migliore o peggiore di quanto lo ha preceduto, esaminiamo i fatti.
Il GdR nasce come forma di puro intrattenimento e in quanto tale non mi sento di accreditargli valore artistico, ma consideriamo anche l'evoluzione che ha avuto nel corso di pochi decenni.
Molte delle espressioni dell'animo umano sono nate per esigenze futili o bassamente pragmatiche e si sono poi evolute in realtà di alto valore esistenziale, grazie alla nobiltà d'animo dei loro praticanti. Pensiamo ad esempio all'arte della forgiatura tradizionale della spada giapponese, che nacque come mero strumento di morte e nei secoli si è elevata a finezze artistiche che, per i conoscitori, nulla hanno da invidiare ai più grandi maestri della pittura.
Il Role Playing è uno strumento totipotente nelle mani degli appassionati. È stato usato in modi molto differenti, per puro intrattenimento, addirittura a sfondo sessuale, ma anche per scopi pedagogici o psicoterapeutici. Il crescente entusiasmo degli appassionati, con il conseguente apporto economico, ha portato poi a proporre un prodotto di qualità crescente anche dal punto di vista editoriale.
I romanzi di Margaret Weis e Robert Salvatore, che si compenetrano con i manuali di gioco, hanno portato linfa vitale nell'ambito della letteratura fantastica.
Oggi ci sono giochi come Sine Requie o De profundis, dove interi manuali sono scritti con artificio letterario tale da risultare a tutti gli effetti opere di narrativa, e non delle più basse aggiungo io.
Le tavole originali di alcune illustrazioni, come le opere di Tyler Jacobson, vengono oggi vendute in quanto vere o proprie opere d'arte, tanta è la bellezza compositiva.
E cosa dire dell'abilità recitativa dei giocatori, tanto importante nel gioco da venire valutata in tornei e ruolimpiadi fra i parametri principali per una squadra?
Da tutto ciò si evinca come il Gioco di Ruolo si sia velocemente evoluto da figlioccio mondano della letteratura, ad attività eclettica, che fa proprie numerose arti e permette alle migliori menti di esprimersi in modi potenzialmente infiniti. Pertanto, comprendendo in sé numerose arti, si può esso dire superiore ad ognuna di esse prese singolarmente, quod erat demonstrandum.»

Capitolo 37

Continua la storia della celebre Principessa Dorotea di Micomicone con altre graziose avventure

Tutti gioivano all'ostello per il ritrovato abbinamento delle coppie, specialmente i gestori del posto che avevano ricevuto un anticipo da parte di Fernando come risarcimento dei danni provocati da Don Cyshiter.
Solo Sergio aveva osservato gli avvenimenti con grande dolore, vedendo schiacciate dalla dura realtà le belle speranze di gratitudine da parte delle elfe di Micomicone, vedendo la Principessa tramutata in una semplice ragazza e il gigante in un figlio di papà lampadato.
Andò quindi a svegliare il suo compagno paladino.
«No, puoi anche continuare a dormire tranquillo, signor Paladino dalla Trista Figura, tanto non c'è altro da fare, la Principessa sta da favola.»
«Lo credo bene, ho dato al gigante una battaglia tanto straordinaria e sanguinosa che potrei non ne vedrò di uguali finché non raggiungerò i livelli epici. *Zan* gli ho troncato di netto la testa e il sangue grondava così copioso che sembrava acqua minerale.»
«Di più,» ribatté Sergio, «come se era vino rosso.
Perché, se non l'avevi capito, il gigante morto erano gli scaffali coi bottiglioni rotti e il sangue che colava era un fior di Barbera.»
«Che diamine vai dicendo, pazzo che sei?» Replicò Don Cyshiter.
«Tirati su dal letto,» riprese Sergio ringalluzzito, «e vedrai che casino che hai piantato, che bei danni ti tocca pagare. E vedrai la tua Principessa trasformata in una tipa che si chiama Dora, con altri casini che ti stupiranno.»
«Il gigante mutato in scaffali di vino?! NO, non può essere!» Per la prima volta, dacché erano partiti in cerca di avventure, Don Cyshiter impallidì per la paura e lo stupore. «Vogliono negarmi i Punti Esperienza!»
«Che cazzo dici?»
Non capisci, Sergio? Già ti dissi che ciò che accade fra queste mura è regolato da incantesimi d'illusione. E ora qualche malvagio stregone ha trasformato all'ultimo momento il gigante per impedirmi di ricevere la valanga di XP che avrei preso uccidendo il mostro da solo.»
Il Paladino impiegò alcuni momenti per ricomporsi. «Ma un vero eroe non si preoccupa di queste cose, sgominerò il male anche se un vampiro mi risucchiasse cinque livelli. Orsù, porgimi i vestiti e lasciami uscire, che voglio vedere io stesso gli avvenimenti e le trasformazioni di cui mi narri.»

Capitolo 36

Colpi di scena poco credibili

Il gestore dell'ostello entrò nella sala comune con un'espressione gaia, come se per un attimo avesse dimenticato le incazzature procurategli da Don Cyshiter.
«Ha appena parcheggiato nel cortile una Porche decappottabile nera.» Disse sfregandosi le mani.
«Chi c'è dentro?» Chiese Giuliano.
«Una coppia giovane, se ho visto bene. Ovviamente lui è alla guida e lei è molto carina.»
Con discrezione Dora lasciò la stanza e un attimo dopo anche Giuliano andò a ritirarsi nella camera dove dormiva Don Cyshiter.
Fecero il loro ingresso nell'ostello un giovane lampadato e ben vestito, e una ragazza di una bellezza delicata, resa più melanconica dall'espressione triste.
«Chi sono?» Chiese Pietro Pere al suo amico Nicola.
«E come faccio a saperlo io?» Rispose, ovviamente, questi. «Perché mai dovrei conoscere due persone che entrano casualmente in un locale a caso dove non ero mai stato prima, a diversi chilometri da casa mia?»
«Buonasera, vorremmo cenare e una stanza per la notte.» Disse il ragazzo.
«Due stanze separate.» Si affrettò a specificare lei. «E non gli chiedi se magari l'hanno visto?»
«Ma sì, siamo appena arrivati, dammi il tempo!»
«Ma certo, appena arrivati la cosa da fare è cercare di infilarsi a letto! Guarda che sono qui solo per cercare Giuliano, non ti mettere in testa strane idee.»
Nel dire questo la bella ragazza aveva alzato la voce, e dal dormitorio l'aveva chiaramente udita lo stesso Giuliano che ella aveva appena nominato.
«Lucia!» Esclamò questi uscendo allo scoperto.
«Non ci posso credere, Giuliano! Ti abbiamo cercato ovunque, ci avevano detto che eri ammattito!»

Capitolo 35

Trattasi della valorosa e smisurata battaglia che fece Don Cyshiter con delle bottiglie di vino, e si pone finalmente fine alla novella necroerotica K626

La lettura della storia era vicina al termine, quando dalla camera dove si era ritirato Don Cyshiter arrivò Sergio Zanca, trafelato e scomposto, gridando:
«Aiuto, aiuto! Venite ad aiutare il mio amico che sta combattendo una terribile battaglia.» Gli astanti lo guardarono sbigottiti.
«Ve lo giuro su mia madre! C'è il gigante nemico della principessa Dorotea, e Don Cyshiter gli sta ficcando tante spadate che deve avergli mozzato la testa.»
«Ma che dici, siamo a venti chilometri dalla Mandria.» Disse Pietro cercando di calmarlo. Ma dalla porta, che Sergio aveva aperto per entrare nella sala, provenivano strepiti e fracasso:
«Fermati ladrone, Malandrino, poltronaccio, che ti ho già preso e a nulla varrà la tua scimitarra.»
«Non state lì impalati, venite presto.» Incalzava lo scudiero. «Uno scontro così non si vedeva da quando mio cugino Rosario ha beccato un tipo che toccava il culo alla sua ragazza!»
Si udì un rumore di vetri infranti, Sergio si voltò a guardare verso la stanza ed esclamò:
«Santo Cielo! Deve aver staccato la testa al gigante, venite a vedere, c'è il sangue che bagna tutto per terra.»
«Nooo!» Proruppe l'oste. «Don Cretino avrà rotto le bottiglie della credenza, altro che sangue, balordo ritardato!»
Entrò subito nel camerone, seguito da tutti gli altri, e vi trovò Don Cyshiter in camicia. Teneva avvolta intorno al braccio sinistro quella stessa coperta che Sergio odiava non senza ragione, e col destro brandiva la spada con cui menava colpi spietati. Parlava come se stesse combattendo contro il gigante Zardu, ma teneva gli occhi chiusi, preda di un sonnambulismo sfrenato.
Era così calato nel proprio sogno di battaglia che aveva sfracassato a colpi di arma bianca numerose bottiglie decorative di vino poste su una credenza e tutto il pavimento era coperto di liquido rosso e cocci di vetro.
L'oste, come posseduto dallo spirito di Binnu u' Tratturi, si scagliò contro il ragazzo e lo sommerse di randellate fintanto che Pietro e Giuliano non lo portarono via di peso.

Capitolo 32

Dove Don Cyshiter torna al Rifugio degli Elfi con i propri seguaci

Per entrare nel regno segreto di Micomicone, era necessario possedere un oggetto magico custodito da un alleato del suo popolo: il re elfico che Don Cyshiter aveva conosciuto al "Rifugio degli Elfi".
Per proteggere il segreto, Dorotea lo rivelò a Don Cyshiter solo a metà strada, così la carovana subì una deviazione dopo la sosta per il rifornimento.
Quando Sergio riconobbe la loro destinazione, avrebbe dato qualsiasi cosa per non dover entrare nell'ostello, avrebbe anche rinunciato alla maionese nei panini e al parmigiano sulla pasta. Ma era ormai troppo tardi per tornare indietro, l'ora di cena era giunta e tutti erano entusiasti di fermarsi in quella bettola.
La nobile Micomicona con la sua guardia del corpo precedettero il gruppo per introdurlo al re di quegli elfi. Nicola dovette scucire non pochi soldi per convincere il re elfico a dimenticare l'episodio di pochi giorni prima e concedere loro l'uso di un dormitorio. La moglie e Maritorna, invece, avevano ormai preso in simpatia la coppia di strani eroi, che aveva dato loro materiale con cui intrattenere la platea della parrucchiera per tutto il tempo di una permanente.
Alla fine, il ritorno di Don Cyshiter fu accolto con entusiasmo, e quei pochi avventori che sembravano disinteressati al paladino, prestavano tutta la propria attenzione a Dora.
Don Cyshiter andò a letto senza nemmeno attendere la cena, stremato dagli allenamenti e dalle privazioni di quella giornata e ancora assai dolorante per i copi ricevuti nei giorni precedenti.
Giuliano si lavò, si rase la barba, ed ebbe degli abiti nuovi, gentilmente forniti dall'ostello dopo una generosa donazione da parte di Pietro. Così ripulito il ragazzo era così diverso da come appariva nei boschi, da non aver più bisogno della barba posticcia per non farsi riconoscere da Don Cyshiter.

Capitolo 31

Del piacevole resoconto di Sergio Zanca, più varie ed eventuali

Pietro Pere e Dora erano rimasti un po' in disparte rispetto a Don Cyshiter e al suo scudiero, e il maestro di scuola fece i complimenti a Dora per la sua inventiva e le sue doti recitative.
«Da piccola leggevo un sacco di romanzi fantasy, è solo che ora sono un po' arrugginita in materia.
La parte più difficile per me è moderare il linguaggio, perché il tuo amico fa e dice talmente tante stronzate che mi vien voglia di urlargli qualche bestemmia per farlo svegliare.
«No, no, non credo che servirebbe. Va benissimo come stai facendo.»
«Comunque, io uno più sbarellato non l'ho mai visto; ma ci crede veramente a tutte quelle minchiate?»
«Davvero incredibile.» Intervenne Giuliano. «Mi ricorda quasi Don Chisciotte. Anche il nome, adesso che ci penso...»
«La cosa più assurda,» spiegò Pietro, «è che, se non si parla di Dungeons & Dragons, Donato ragiona perfettamente. È anzi una persona intelligente e sensata, ragiona meglio di me finché non entra in gioco qualcosa che centri col fantasy.»

Salirono ciascuno sui propri mezzi; Giuliano andò con Pietro mentre Nicola, con la scusa di tener fede alla propria parte di guardia del corpo, si infilò nella macchina di Dora.
La piccola carovana si incamminò seguendo la strada che costeggia il lago alla lenta andatura imposta dal Grigio. Dopo Gozzano la strada proseguiva verso sud con meno curve, così Don Cyshiter ne approfittò per accostarsi a Sergio Zanca e interrogarlo:

Capitolo 30

Della storia inventata dalla bella Dora e di altre piacevoli facezie

Pietro Pere non aveva ancora finito di parlare, che Sergio si intromise:
«Ad essere sincero è stato il mio amico a fare quel casino. Sì che gli avevo detto che non era un atto eroico liberare quella gente, che se li stavano sbattendo al fresco un motivo ci sarà stato.»
Si difese allora Don Cyshiter:
«Non è compito di noi paladini erranti investigare e conoscere l'allineamento di ogni afflitto od oppresso nel quale ci imbattiamo. è anzi nostro dovere soccorrerli, qualunque sia la causa delle loro pene, guardando unicamente alle loro sofferenze e non alle furfanterie di cui si sono macchiati.
Io mi sono incontrato con delle persone tribolate, e ho esercitato verso di loro la pietà della fede che professo. E sono pronto ad affrontare a duello chiunque sostenga che ciò sia malfatto.»
Dora vide come tutti si stavano divertendo alle spalle di Don Cyshiter e Sergio, e non volle essere da meno.
«Signor cavaliere, ricordatevi che mi avete promesso di non impegnarvi in altre imprese finché non avrete aiutato me. Questo galantuomo qui presente, non avrebbe parlato così se avesse saputo chi è stato a liberare quei furfanti.»
«Tratterrò, signora mia, la giusta collera che già si gonfiava nel mio petto; ma in cambio vi supplico di narrarmi la vostra sventura e darmi maggiori informazioni su quante e quali creature io debba affrontare, acciocché io abbia una misura del Grado Sfida che mi si prospetta dinnanzi.»
«Ma che mii...isteriose parole che usate, cavaliere.
Sappiate dunque che mi chiamo... mi chiamo...» Rivolse al barbiere-elfo-ninja un'occhiata per chiedere il suo intervento.
«Ella è Dorotea da Micomicone, e al suo rango non si conviene che si presenti da sola. Gli amici possono chiamarla Nobile Micomicona.»
«Ebbene è così. Mio padre è il re di Micomicone e si chiama Trinacrio. Egli ha ricevuto l'offerta di un viscido, putrido, fetido gigante di nome Zaurdu, che mi pretendeva come sua concubina in cambio di una grande quantità d'oro.
Io ovviamente non avrei mai accettato, così Zaurdu ha invaso il nostro regno e ucciso il mio buon padre. Prima di morire, però, siccome era abile nelle arti magiche, ha profetizzato che per liberare Micomicone avrei dovuto viaggiare fino al Lago d'Orta e lì trovare il grande cavaliere Don Cyshiter.»
«Detto anche il Paladino dalla Trista Figura.» Puntualizzò Sergio Zanca.

Capitolo 29

Seguita la narrazione e poi si tratta dell'artificio usato per distogliere il nostro paladino dal suo intensissimo allenamento

Fra lacrime singhiozzi la bella affranta consumò i fazzoletti del maestro e del barbiere.
«Dimmi te se non è una vacanza di merda. La gente si lamenta delle cartacce buttate sul lido, ma 'sti stronzi che si siedono al chioschetto nessuno li pulisce.»
Tacque dopo aver detto ciò, col volto acceso da un rossore che palesava la rabbia e la paura che celava nel cuore. Le sue parole produssero in chi l'aveva ascoltata non so se più rammarico o meraviglia; e sebbene Pietro volesse cercare di consolarla e darle consiglio, Giuliano lo prevenne dicendo:
«Tu devi essere Dora e stavi con Ferdinando ####. Lo conosco, mi ha parlato di te.»
Restò meravigliata Dora nel sentire il proprio nome.
«E tu chi cazzo saresti?»
«Sono quell'infelice che fu promesso sposo alla ragazza di Novara, dalla quale secondo le tue parole Fernando si rifugiò "per stare solo". Sono lo sventurato Giuliano, ridotto alla follia da colui che ha spinto anche te ad allontanarti dalla città natia.
Ma le tue parole mi hanno riportato nuova speranza, giacché ora so dal modo in cui ti ha trattata che razza d'uomo egli sia, e so che non può essere sincero il desiderio che lo ha condotto da Lucia. Voglio aiutarti dunque a ritrovare Fernando e obbligarlo a tener fede alle sue promesse nei tuoi confronti.»
Ciò fu una sorpresa per Dora, che non mancò di palesare la propria meraviglia:
«Ma come cazzo parli? Ti sei pippato merda di criceto?»
Giuliano fu scosso da questa risposta colorita, ma Pietro intervenne prontamente, accompagnando un attimo in disparte la balla giovane e parlandole sottovoce.
«Il ragazzo, Giuliano, ha dei problemi psichiatrici. Stiamo cercando di riportare a casa lui e un nostro amico, che è scappato di casa da giorni, ma ci vuole tatto perché col caldo sono proprio partiti di testa.
Non sono pericolosi per gli altri, ma ti prego di assecondarlo almeno un po', temo che potrebbe commettere qualche imprudenza.»
Questo le disse, e le raccontò nel dettaglio la tragica situazione di Donato e il loro piano per riportarlo a casa.
Oh meraviglia della mente umana che pensa l'impensabile!
Non mi è dato sapere cosa sia passato in testa a questa ragazza, ma il dato di fatto è che ha scelto di prendere parte alla messa in scena dei due amici di Don Cyshiter e accompagnarsi a questa strana comitiva.
Così posso narrare l'inverosimile, con la consapevolezza di raccontare la verità, con buona pace dei savi scrittori che vorrebbero che i personaggi facessero scelte coerenti e credibili.

Capitolo 28

Raccontasi la nuova avventura successa all'insegnante e al barbiere

Spesso ripenso con nostalgia agli anni '80 e '90, come anni di emozioni e avventure. Quando i miei amici ed io eravamo convinti di essere Cavalieri dello Zodiaco e organizzavamo tornei di lotta clandestina nei garage sotterranei, quando non esisteva Wikipedia e andavamo in biblioteca a fare ricerche per una nuova campagna di qualche GdR autoprodotto, quando non c'era Whatsapp e se un amico mancava al solito ritrovo lo si andava a cercare a casa.
Tutto era più epico: le VHS avevano una definizione migliore dei Blu-ray, i prototipi di telefoni portatili potevano essere usati come armi da lancio senza subire danni, il potere di acquisto della Lira era tale da permettere, inserendo le monete in grosse apparecchiature, di telefonare o smanettare alcuni minuti davanti ad un videogioco.
Il mondo era più epico, o eravamo noi ad esserlo?
Immagino che, nella sua fantasia delirante, Don Cyshiter abbia rivissuto quella stessa epicità, e forse ancora di più, anche nel secondo decennio del ventunesimo secolo.
Ma Don Cyshiter, mi si obbietterà, era pazzo. Ebbene, ho il piacere di raccontare la non meno epica avventura accorsa a Pietro e Nicola, due persone clinicamente sane e legalmente non interdette.

Capitolo 27

Del modo in cui l'insegnante e il barbiere attuarono il loro piano, con altre cose degne di essere riportate in questa epica storia

L'idea di Pietro piacque tanto al barbiere che la misero subito in pratica.
A casa di Pietro Pere recuperarono alcuni vestiti e travestimenti: il padrone di casa mise in una zaino una lunga barba finta e una tunica con cappuccio. A Nicola invece toccarono un paio di orecchie di plastica a punta, un arco e una faretra con frecce dalla punta a ventosa.
«Ma questo non è un costume.»
«Ma sì, avrai un paio di pantaloni larghi e una maglia verde a casa, li metti su e fai l'elfo silvano.»
«Ma mi riconoscerà subito.»
«E tu mettiti una bandana in faccia, che fai l'elfo-ninja.»
«Elfo-ninja?»
«Se vuoi ti do un po' di sangue finto e fai l'elfo-ninja-zombie.»
«Ma vaffanculo.
Almeno togliamo le ventose dalle frecce.»
«Fa' come vuoi, ma se finisce che fai male a qualcuno sono cavoli tuoi.»
Istruirono Sergio di non rivelare le loro identità, per il bene del suo amico, e quando gli avesse chiesto la risposta di Selene di rassicurare Don Cyshiter dicendo che l'Avatar gli comandava di seguire quegli avventurieri e aiutarli nella loro missione, che era di massima importanza.
Avevano convinto lo scudiero ad assecondarli dicendogli, non senza ragione, che fintanto che Don Cyshiter fosse rimasto fra i boschi ad addestrarsi, di sicuro non avrebbe salvato nessuna fanciulla e quindi non avrebbe potuto procurargli alcun harem.

Seguirono dunque Sergio, che cavalcava Sgommodura, lungo l'autostrada e poi attraverso una statale che attraversava ameni paesi facendo abbastanza rotonde da far venire la nausea al barbiere. Nel tardo pomeriggio passarono vicino al dirupo granitico della Madonna del Sasso, il promontorio dietro cui Don Cyshiter era stato lasciato ai propri allenamenti.
Lasciata la macchina in un piazzale, i due amici si vestirono come concordato. Sergio disse che gli li precedesse, recando la risposta alla lettera per Selene, stimando che essa sarebbe bastata a farlo schiodare da dove si trovava, senza che loro si scomodassero.
Così Pietro e Nicola si sedettero su un muricciolo al limitare degli alberi, ben contenti di non dover camminare in quella giornata ancora calda, con indosso barbe finte, bandane e altre chincaglierie accaldanti.
Standosene lì comodi a sperare che nessuno li vedesse in quelle condizioni, udirono una voce, come un lamento che echeggiava tra gli alberi:

Capitolo 26

Continuazione delle prodezze che fece Don Cyshiter nel Cusio e racconto dell'ambasceria di Sergio Zanca

Continuando il racconto di ciò che fece il paladino dalla Trista Figura quando si trovò solo, dice la storia che dopo aver tirato calci all'aria e aver corso a torso nudo per più di tre minuti ininterrotti, salì sopra un grosso masso erratico; lì tornò a volgere il pensiero ai massimi ragionamenti che occupavano il suo intelletto.
«Alla fine,» pensava fra sé e sé, «Martin non è stato questo grande innovatore.
Una barriera di ghiaccio che divide il continente? Hickman e Weis in Dragonlance.
Un'antica stirpe nobiliare decadente che, proveniendo da un'isola ha soggiogato le altre nazioni con la forza dei draghi? I Melniboneani di Moorcock.
Il gioco dei troni? La guerra della due rose. Anche i nomi sono assonanti... York e Lancaster.
Ma forse l'abilità di uno scrittore non si misura nella capacità di trovare nuovi elementi, ma in quella di raccontare sotto nuova luce cose già conosciute, proprio perché archetipi radicati nell'animo umano.
La spada di Shannara fu un plagio ancora più palese e meno fantasioso, eppure lo si annovera fra i massimi esponenti del fantasy perché ha saputo raccontare una storia antica con nuove parole.
Dunque non dovrei rammaricarmi per la scarsa inventiva di Martin ma anzi lodarlo perché i suoi libri hanno portato una ventata di innovazione in un genere che stava ristagnando.
Eppure non posso trattenermi dal biasimarlo per il continuo dilatarsi dei tempi di scrittura e pubblicazione.
Anche Robert Jordan ha scritto una saga da migliaia di pagine ed ha impiegato più tempo di quanto la natura non gli abbia concesso. Eppure egli ha sempre pubblicato con regolarità, senza che i lettori affrontassero attese sconvenienti. E soprattutto si è preoccupato che il destino della propria storia finisse in mani capaci, non certo in quelle di un branco di sceneggiatori prezzolati che badano solo all'audience televisivo.
All'arte non si confà la fretta, questo è vero, ma deve pur esistere un metro per uno scrittore professionista, o incorrerà nel peccato più grave: annoiare il lettore.»
Tali erano i pensieri profondi partoriti da Don Cyshiter nel suo ritiro spirituale.
Ma sarà ora cosa opportuna lasciarlo occupato nelle proprie riflessioni per passare al racconto di ciò che avvenne a Sergio Zanca nella sua sub-quest.

Capitolo 25

Degli estenuanti allenamenti cui si sottopose nel Cusio il valoroso paladino della Mandria

Don Cyshiter ripartì spingendo la moto, seguito di malavoglia da Sergio che dentro di sé rimuginava diversi pensieri.
«Avrei un po' di cose da dire, ma poi va a finire che tu ti incazzi e mi pigli a bastonate in testa se non sto zitto, manco fossi il tuo servo. Mi vien voglia di tornarmene da mia madre, ma tanto pure lei usava il battipanni quando dicevo qualcosa che non le andava.»
«Ho capito Sergio, ti è sorto quell'irresistibile impulso di lamentarti che a tratti ti coglie, come la fame e la sete. Né posso biasimarti più di tanto, essendo esigenza tipica della terra in cui nascesti, e essendo ormai giorni che ti ritrovi nell'impossibilità di scrivere vacue lamentele su Facebook.
Parla dunque, e ti ascolterò con la tolleranza con cui accolsi il tuo suggerimento di fuggire le ritorsioni di quegli indegni rappresentanti della legge. Ma bada che tale grazia si intende fatta solo fintanto che ci aggireremo per queste amene montagne.»
Cominciando immediatamente a godere del beneficio di quel salvacondotto, Sergio chiese:
«Ma che ti fregava di prenderti così tanto impegno per quella Cristiana, o come si chiama? E che ti importa che quell'altro fosse innamorato o no? Se tu ci passavi sopra, anziché stare a pontileggiare su tutto, il pazzo finiva la sua storia e avremmo evitato di prendere altre botte»
«Vuoi dire "pontificare". In fede mia, Sergio, se tu sapessi come so io quale alta e valente eroina fu Dama Crysania e in qual modo fu ella abbandonata, troveresti che io sia stato estremamente tollerante nell'ascoltare gli spropositi di quello sventurato.»
«Sarà, ma quello è matto, e ai matti si dà ragione, perché se non avessi avuto il solito culo, quel sasso te lo saresti beccato in fronte anziché sul petto, e allora chi la proteggeva più la tua dama?»
«Se è obbligo dei paladini difendere l'onore del gentil sesso dai pazzi come dai savi, tanto più dovuto nei confronti di una donna che ha condiviso la nostra sorte di avventurieri, e anzi ha eccelso. Sappi che, pur tralasciando la sua grande bellezza, ha rinunciato ad una vita agiata per mettersi al servizio del Bene. Innamoratasi del potente quanto egoista Raistlin Majere cercherà di aiutarlo e redimerlo, ma l'unico risultato sarà di essere abbandonata e resa cieca. E pur priva della vista ha sempre continuato la propria lotta per il Bene.
Sbaglia dunque, e anzi mente, chi acclama Raistlin Majere come eroe degno di questo nome.»
«Io non acclamo niente, dico solo che dico come il proverbio che dice "chi si fa i fatti suoi campa cent'anni" e "donne e motori son gioie e dolori".»
«Santo Pelor, Sergio, ma che vai farneticando, e che c'entrano queste tue filastrocche?!
È meglio che torni al tuo silenzio e ti occupi di spingere il tuo Grigio.»

Ora il lettore attento si starà chiedendo da dove spunti il Grigio, ossia lo scooter di Sergio, visto che in precedenza ho raccontato di come fosse stato rubato da Gino Passamonte.
Ebbene, non lo so.
Narrare le mirabolanti imprese di Don Cyshiter è un fine gioco di ricerca, immaginazione, ricostruzione e scrittura. Nel processo qualcosa deve essere andato storto, ma questi sono i fatti così come li ho ricostruiti al meglio delle mie possibilità. E se tali fatti sembrano andar contro la logica, chi sono io per dire che non possa essere andata proprio così?
E siete voi forse ancora così ancorati alle concezioni di logica aristotelica da voler negare che se una cosa è stata portata via non può essere ancora presente?
Don Cyshiter insegna diversamente.
Ma torniamo a noi...

Capitolo 24

Seguita l'avventura del Lago d'Orta

Don Cyshiter attese in interesse che lo sventurato dicesse qualcosa.
«Chiunque lei sia, apprezzo la cortesia con cui mi tratta, ma posso ringraziarla solo a parole e chiedere se ha qualcosa da mangiare che può condividere.»
«Non intendo condividere solo il viatico, ma porre al vostro servizio la mia stessa spada; perché se vi è un rimedio atto a sanare il profondo dolore che la vostra condizione palesa, sarà mio onore e onere trovarlo, per l'investitura di paladino che io, benché indegno, ho ricevuto.
Sono io dunque che vi imploro, mio signore, per la molta cortesia che dimostrate, che mi raccontiate chi voi siate e la causa che vi ha tratto a vivere in queste condizioni selvagge, che non sono vostre di nascita come dimostrano il vostro orologio e il vostro bel parlare.»
Lo Stracciato d'infelice aspetto, sentendo parlare in quel modo il Paladino dalla Trista figura, non faceva altro che squadrarlo da capo a piedi, e dai piedi alla testa. Dopo averlo studiato a lungo, soggiunse:
«Se ha di che darmi da mangiare, me lo dia, per carità. Io dopo essermi sfamato farò quel che mi si chiede, in segno di gratitudine.»
Si intromise Sergio, che già vedeva le ultime briciole lasciare le sua bisacce.
«E lei e voi, e io. A sentirvi parlare si direbbe che ci sia una conferenza a Bakkingan Palas, e invece siamo solo noi tre, e stiamo in mezzo a una strada.
Per davvero in mezzo alla strada. Leviamoci di qui prima che ci mettano sotto.»
Si spostarono dunque in un luogo più sicuro, non lontano, e Sergio diede al vagabondo quanto gli rimaneva di commestibile. Quello mangiò pane e cacio infilando in bocca un boccone dopo l'altro, inghiottendo prima e masticando poi.
Quando ebbe terminato, riprese a parlare:
«Se davvero volete conoscere le mie sfortune, mi dovete promettere che non interromperete la mia storia con domande o altro, altrimenti il mio racconto finirà lì.»
Questo presupposto fece venire in mente a Don Cyshiter (e anche a me) la storiella di Sergio delle mucche traghettate, interrotta quando se ne perse il conto. Ma torniamo al nostro Stracciato, egli proseguì dicendo:
«Ve lo dico perché sono ricordi che mi fanno stare molto male e non voglio soffermarmi più dello stretto necessario, ma vi assicuro che non mancherò di dovizia di particolari e soddisferò la vostra curiosità.»
Don Cyshiter promise a nome proprio e del suo scudiero di astenersi da domande e commenti.

Capitolo 23

 Di quel che accadde a Don Cyshiter nel Cusio, che a raccontarlo non ci credo nemmeno io ma vi assicuro che è vero


Sergio Zanca raggiunse il suo compare di lì a poco, si chinò su di lui e subito si rincuorò quando lo sentì riprendere la consueta logorrea:
«Ridare la libertà a furfanti e vigliacchi, o Sergio, è come regalare una staffa magica ad un barbaro mezz'orco: non la userà mai nel modo giusto.
Forse dovrei ascoltare di più i tuoi prudenti consigli.»
Nemmeno quella eccezionale ammissione di torto da parte di Don Cyshiter fece dimenticare a Sergio della delicata situazione in cui si erano cacciati.
Da buon scudiero aiutò il paladino a rialzarsi, e da buon mariuolo insistette perché si allontanassero il prima possibile da quel posto.
«Tu sei codardo per natura,» rispose Don Cyshiter a quelle sagge considerazioni, «ma perché tu non possa accusarmi di ostinazione, né dire che io impongo la mia volontà a tutto il party, voglio ascoltarti per questa volta e sottrarmi alla tempesta che tu paventi.
Lo farò però ad una condizione: che tu mai abbia a dire che io mi sia sottratto allo scontro se non per condiscendere alle tue preghiere. Se sosterrai diversamente, tu mentirai, che anche solo a pensare tale evenienza mi vien moto di fermarmi qui e ora in mezzo alla via ad attendere le forze dell'ordine e i guerrieri del Pugno Fiammeggiante.
Ed essi verranno incontro alla mia spada sguainata gridando: "I serve the Flaming Fist!" e io li mieterò come grano maturo.
"I serve the Flaming Fist!" E giù uno.
"I serve the Flaming Fist!" Avanti un altro.
"I serve the Flaming Fist!" E un altro oneshottato.»
Sergio trattenne il compagno che mimava la scena.
«Sarò codardo e ignorante, ma mi intendo un po' di quel che si dice saper vivere; non ti pentirai se ascolti il mio consiglio.
Ora però fallo davvero e sali in moto, che abbiamo più bisogno di ruote che di spade.»

Capitolo 22

Don Cyshiter libera dei disgraziati che erano trattenuti contro la loro volontà

Questo episodio è ben documentato nei rapporti della polizia locale, attribuito ad ignoti, e spero vivamente che riportarlo su questo blog non crei problemi giuridici a nessuno.
Ebbene, mentre tra i due avventurieri passavano i discorsi che ho raccontato, Don Cyshiter alzò gli occhi e vide due uomini che venivano trascinati da altrettanti uomini in divisa, non senza dimenarsi e protestare, verso una volante dei carabinieri.
Sergio commentò subito: «Mi sa che gli sbirri se li portano in galera, che gli piaccia o no. Meglio loro che noi.»
«Come,» domandò Don Cyshiter, «è possibile che le forze dell'ordine facciano forza a qualcuno contro il suo volere?»
«Perché, c'è qualcuno che vorrebbe farsi arrestare?»
«Insomma, queste persone vengono coercite, la loro libertà violata.»
«E grazie tante, certo, avranno fatto qualcosa. Persino mio cugino...»
In mezzo al discorso furono raggiunti dalle due coppie. I carabinieri, troppo impegnati a sedare i facinorosi, davano per scontato che i cittadini si sarebbero scansati e non avevano notato l'aspetto eccentrico del paladino. Rimasero interdetti quando questo si avvicinò loro e domandò cortesemente la ragione per cui quella gente veniva arrestata.
Uno di quelli in divisa gli rispose che non doveva preoccuparsene e di allontanarsi per sicurezza.
Il ragazzo però continuò con altre formali richieste di conoscere l'imputazione o quale altro motivo avevano di portarli via, e tanto insisté che un carabiniere disse, rivolto al malfattore che teneva per la collottola:
«Dai, racconta al signore che hai combinato, su.»
«Eh, perché, per amore.» Rispose quello in tono strascicato.

Capitolo 21

Si racconta la mitica avventura e la conquista del ricco loot dell'elmo della luminosità, con altri favoleggiati successi

Col far del giorno si era presentata una pioggerellina minuta che i due assetati non accolsero così male.
Tornarono sulla strada che stavano percorrendo il giorno prima e si rimisero in marcia. Dopo un po' di tempo scorsero un motociclista fermo sul ciglio della strada, si stava gustando una sigaretta seduto sul suo custom e sotto braccio reggeva un casco jet cromato come gli scarichi della sua moto.
Come lo vide, Don Cyshiter si fermò e fece cenno a Sergio di avvicinarsi.
«Io credo, o Sergio, che se la sorte ci ha precluso l'avventura dei rumori notturni, ora vuole ripareggiar i conti offrendoci una più sicura e migliore tenzone, e mia sarà la colpa se non saprò approfittarne.
Ti dico questo perché sulla nostra strada ci attende un uomo che indossa un elmo magico, oggetto che feci voto di impossessarmi, e se non mi inganno trattasi nientemeno che un elmo della luminosità.»
«Pensa bene a quello che dici e stai ancora più attento a quel che fai, che non vorrei fossero invece guai quelli che ci attendono lungo la strada.»
«Sciocco, cosa vai farneticando? Non vedi forse quel cavaliere che s'impigrisce sul suo destriero meccanico, e non vedi che regge in braccio un elmo rifulgente?»
«Quel che vedo è un motociclista con un casco pacchiano.»
«E quello è appunto l'elmo della luminosità, i cui incantamenti contengono potenti magie di fuoco e di luce, fra cui muro di fuoco, repulsione dei non-morti, palla di fuoco e spruzzo prismatico.»
«Palle di fuoco e spruzzo che cosa?!»
«Sono incantesimi di invocazione assai poderosi.
Stava per replicare Sergio, quando Don Cyshiter si avvide che il motociclista aveva finito la sigaretta e stava per rimontare in sella.Non volle perdere quell'occasione di attaccare con vantaggio e partì dunque subitaneamente.
«Difenditi, o prigioniera creatura,» disse abbassando la lancia, «oppure cedimi volontariamente ciò che di diritto mi appartiene.»
Il biker, colto di sprovvista da quella carica impensata, non trovò miglior riparo che gettarsi dietro la moto, dopodiché si rialzò velocemente, scavalcò il guardrail e più veloce di un ghepardo si mise a fuggire per il bosco, a dispetto dell'immagine del motociclista metallaro cazzuto.
Don Cyshiter raccolse il casco, dicendo che doveva trattarsi di un bardo più che di un guerriero, da come si era disingaggiato e aveva fuggito la tenzone.
Sergio, dal canto suo, si premurò di recuperare le bisacce della moto, che comunque erano vuote, per rimpiazzare le proprie dimenticate all'ostello.
Il paladino si attardò ad esaminare l'elmo, preoccupato per l'assenza delle gemme che avrebbero dovuto contenerne il potere magico, ma si convinse infine che dovesse trattarsi di un esemplare rarissimo nel quale gli incantesimi erano infusi nell'elmo stesso e pertanto fossero inesauribili.
Sergio lo assecondò compiacendosi di quella fortuna e cercò di tagliar corto e ripartire, immaginandosi già di veder spuntare dal tornante un'orda di bikers incazzati neri.


Capitolo 20

Della giammai veduta ed intesa avventura, che non fu terminata con tanto poco pericolo da cavaliere al mondo con quanto poco fu superata dal valoroso Don Cyshiter della Mandria

«O c'è un fiumiciattolo qui vicino, o c'è qualcuno che sta facendo una pisciata davvero fenomenale.» Disse Sergio Zanca. «Andiamo a vedere, che se trovo un ruscello me lo bevo tutto, comprese le salmonelle.»
A Don Cyshiter piacque il consiglio e seguì l'esploratore, ma dopo la disavventura degli Yuan-Ti non volle lasciare incustodita Sgommodura, e si mise a spingerla a mano lungo il sentiero, facendo luce col fare.
Non avevano fatto molta strada, né avrebbero potuto spingere tanto lontano una motocicletta attraverso il bosco, quando di sentì chiaramente lo scroscio di un torrente, che rallegrò molto entrambi. Non fecero però in tempo a mettere Sgommodura sul cavalletto, che un altro rumore, più inquietante, rimbombò nel buio della notte, cambiando repentinamente il loro umore.
Si trattava di un rombo sordo e profondo, che saliva e scendeva ritmicamente di intensità, alternandosi con un suono che ricordava una forte inspirazione. La solitudine, il posto, l'oscurità, lo stormire delle foglie, tutto insieme cagionava spavento, tanto più che l'alba era lontana e i due non avevano un'idea chiara di dove si trovassero.
Don Cyshiter però, animato dal suo cuore intrepido, salì in sella e imbracciò la lancia dicendo:
«Sergio, devi sapere che io nacqui per volere degli dei in questa età di leoni da tastiera per far rivivere il genuino coraggio dei tempi che furono.
A me sono riservati i perigli, le alte imprese e i memorabili avvenimenti; a me spetta far rinascere lo spirito della Tavola Rotonda, dei dodici nani che riconquistarono la Montagna Solitaria, dei nove della Compagnia dell'Anello.
Poni ben mente, fedele e accorto scudiero mio, alle tenebre di questa notte che metterebbero timore allo stesso dio Gruumsh. Questo è invece per l'animo mio stimolo e sprone, già il cuor mi si gonfia nel petto per il desiderio di intraprendere questa perigliosa avventura.
Perciò tu occultati fra le tenebre come si conface alla tua classe, e attendimi. Se non dovessi vedermi entro tre giorni tu  torna a Robassomero, dove dirai all'incomparabile signora mia Avatar di Selune che questo paladino è morto affrontando un'impresa che lo rendesse degno di chiamarsi suo servo.»

Capitolo 19

Dell'avventura del chierico pietrificato

I due prodi della Mandria proseguirono stentatamente lungo i tornanti per un certo tratto di strada.
Nonostante la fame si facesse sentire, nessuno dei due volle fermarsi a mangiare, Don Cyshiter per il troppo dolore alla mandibola e Sergio Zanca per paura di incappare in qualche controllo delle forze dell'ordine, dopo i numerosi incidenti di cui erano stati protagonisti.
«Le sfighe che ci sono capitate,» disse lo scudiero in una delle frequenti pause, «secondo me sono colpa del tuo spergiuro. Avevi giurato di fare penitenza finché non trovavi un casco, no? E io te l'avevo detto che non si giura così tanto per fare, che poi ti tiri la sfiga addosso.»
«Hai ragione, o Sergio, e in verità ti dirò che questo m'era uscito di mente. Ho pagato il castigo per la mia smemoratezza e tu per non avermene ricordato prima. Ma farò ammenda e Selune dimostrerà la propria misericordia.»

Intrattenendosi in questi e simili discorsi e rinfrancati dalla frescura montana proseguirono oziosamente tutto il giorno lungo i tornanti, costeggiando quell'arco alpino che fa ben capire da dove proviene il nome "Piemonte".
La notte li colse infine in una strada lontana dai centri urbani, con gli stomaci che protestavano rumorosamente, perché con la perdita delle bisacce erano mancate anche tutte le provviste, l'unica cosa che Sergio sparasse era di trovare una piola ancora aperta, ma ad onta di ciò li si fece invece incontro una nuova avventura.
Non era ancora sorta la luna e la notte era più scura dell'ordinario, videro avvicinarsi una serie di lumi in processione, come stelle che si muovessero. Si fermarono e stettero a guardare il lento appropinquarsi di quelle luci, che si facevano più grandi via via che si avvicinavano e sembravano accompagnati da strane litanie.
Sancio prese a tremare e Don Cyshiter, non senza qualche turbamento, disse:
«Questa senza dubbio deve essere una grandissima e pericolosissima avventura, in cui sarà necessario che io mostri tutto il mio valore.»
«Povero me,» rispose Sergio, «non credo di avere altre costole da rompere per sopportare un'altra avventura, tanto più se si tratta di fantasmi come mi sembra.»
«Non temere, fantasmi o no, non permetterò che ti si tocchi un pelo della barba; che se stamattina si son presi burla di te è stato solo perché non ho potuto scavalcare la siepe, ma qui siamo in campo aperto e posso brandire liberamente la spada.»
«Ma se sono fantasmi la spada servirà a poco.»
«Comunque, Sergio mio, ti chiedo di farti forza, e presto vedrai quanto io valga.»